domenica 9 dicembre 2018

Meridionali a Bressanone , Ricerca scientifica , storia e geografica del Prof. Adriano La Femina

L’ emigrazione del popolo meridionale nella città di Bressanone .

Prefazione
Nel frattempo sono passati 157 anni dalla fine del Regno delle Due Sicilie uno Stato  sovrano dell’ Europa Meridionale  esistito con alterne vicende per moltissimi secoli unificando i caratteri culturali come i dialetti , le usanze e i costumi che ancora oggi il popolo del mezzogiorno porta con se come a dire finisce un Regno ma non la tradizione .
L’ ex Regno delle Due Sicile corrisponde attualmente alleattuali regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, oltre a gran parte dell'odierno Lazio meridionale (distretti di Sora e Gaeta) e all'area orientale dell'attuale provincia di Rieti (distretto di Cittaducale). Al reame inoltre apparteneva, incluso amministrativamente nella provincia di Capitanata( Foggia) , l'arcipelago di Pelagosa, oggi parte della Croazia.
Le città di Benevento (oggi in Campania) e Pontecorvo (oggi nel Lazio) erano invece delle enclavi pontificie .

Più che soffermarci sulle cause della fine dello Stato sopraccitato che era il più ricco , esteso e popolato d’  Italia , dove l ‘ emigrazione non esisteva o era molto limitata , questa ricerca affronterà le vicende legate all’ emigrazione del popolo meridionale dal 1861 ad oggi 2018 nella città di Bressanone in Provincia di Bolzano nella regione storico geografica del Sud Tirolo .
E pur in un comune come Brixen  , dove al censimento del 31/12/2017 la popolazione locale risultava di 22. 011 abitanti con il 72% di madrelingua  tedesca , il 26% madrelingua italiana e l ‘ 1 % ladina , ecco che tra questi c’è una forte percentuale di meridionali venuti nella città vescovile per trovare miglior fortuna dalle regioni del sud , quelle regioni come vedremo che non hanno mai dimenticato , che portano nel cuore , che ancora oggi dopo generazioni c’è chi è di madrelingua tedesca  racconta di suo nonno o bis nonno venuto dal sud .
Una ricerca che va dunque ad analizzare quella comunità meridionale che a Bressanone ci vive da anni e ci arriva ancora oggi , quella comunità che anche se non molto legata esiste e  si è integrata nella realtà cittadina nei diversi settori lavorativi .
Individueremo dunque in quali di questi settori economici di Bressanone , i meridionali oggi occupano e hanno occupato e soprattutto le Provincie e i comuni di provenienza .
Capire ad esempio chi  puo’ essere stato il primo meridionale a giungere qui su ( una delle città con popolazione superiori ore ai 20 mila abitanti più a nord d’ Italia
 e a restarci , chi l ‘ ultimo arrivato , o qual’ è la regione del sud con piu’ presenza dei suoi conterranei ; saranno presenti piu’ calabresi o siciliani ? Pugliesi o napoletani ? E gli abruzzesi e i molisani sono arrivati ? Certo che si , ci sono anche loro , come ci sono persone provenienti dalla Basilicata .
Insomma la curiosità a questo punto anche affascinante è che in una comunità di circa 6000 mila abitanti di madrelingua italiana presenti a Bressanone parte di essa contiene tutte le 7 regioni del mezzogiorno e questa caratteristica deve essere valorizzata e compresa anche perché potrebbe essere difficilmente possibile che si verificasse in qualche comune del Sud Italia . Quindi l ‘ augurio e il senso di questa ricerca nasce dalla necessità di unire i valori e le usanze di questa comunità che giorno dopo giorno convive, si rapporta  e va avanti .


Come  scoprire chi potrebbero essere stati i primi meridionalI a giungere a Bressanone dal 1800 ad oggi ?
Sicuramente rispondere a questa domanda non è del tutto facile , bisognerebbe verificare non solo negli atti comunali ma soprattutto anche in quelli della curia e cimiteriali  . Dalla curia poi capire coloro che sono stati battezzati o sposati a partire dall’ 1800 quando Bressanone  viveva  la fine del principato e l ‘ ingresso nell’ impero austroungarico  . In questo asse di secolo fino a inizio 1900 , ciò che potrebbe aiutarci a capire se ci è stato una persona o famiglia del meridione che da allora nelle generazione attuale sia ancora presente bisognerebbe  analizzare  sia l ‘ araldica che i cognomi che potrebbero però confondersi con cognomi ladini o italici anche perché nella popolazione brissinese ,c’è una chiara presenza di persone di origine veneta e trentina .  A questo punto per fare un esempio : se mi recassi al cimitero e troverei una tomba con su scritto Gennaro Esposito nato a Napoli il 08/04/1833 morto a Bressanone il 02/03/1901 da qui l ‘ idea che questo presunto signore era nato nell’ allora regno delle Due Sicilie . Ma attenzione nel periodo dal 1812 al 1860 i rapporti diplomatici tra il Regno dei Borbone e l ‘ Impero austroungarico erano buoni quindi chi potrebbe mai pensare che qualche meridionale forse dell’ esercito avrebbe potuto scegliere di vivere qui ? Molto difficile questa ipotesi , forse c’è solo la possibilità di trovare perlopiu’ cognomi italici provenienti dal vicino Regno Lombardo Veneto se vogliamo analizzare il periodo storico dei primi 50 anni dell’ ottocento . 
Nell'anno 1865 lungo l'asse del Brennero iniziano i lavori per la realizzazione della Ferrovia del Brennero , e il 24 agosto 1867  il primo convoglio giunge a Bressanone. E in questo periodo ? Potrebbero  essere giunti a
meridionali per lavorare per quest’ opera ferroviaria ? Andiamo ancora avanti
Allora le probabilità certe di capire chi siano stati i primi meridionali a giungere a Bressanone inizierebbero dal novembre1918  quando  le truppe italiane occuparono Bressanone, che assieme all'intero Alto Adige entrò a far parte del Regno  d’ italia, mentre il restante territorio del Tirolo (Tirolo del Nord  e Tirolo  Orientale ) rimase all'Austria .
Quindi non escludendo i fattori temporali prima analizzati inizia la ricerca forse meno complessa perche dal 1918  fino al 1925 nel centro cittadino di Bressanone  vi era un servizio di sorveglianza, organizzato dai cosiddetti "guardiani notturni". Costoro sorvegliavano l'ordine pubblico durante la notte, dopo aver chiuso le porte della cinta muraria. Inoltre dovevano avvisare in caso di incendi, furti e avvistamenti di nemici, oltre ad annunciare ad alta voce l'ora esatta. Queste guardie sicuramente appartenevano all’ esercito Regio e all’ epoca i meridionali  arruolati ne erano moltissimi quindi non si esclude che molti di essi siano vissuti in città per vari anni o addirittura scelto di viverci fino alla morte costituendo famiglia  .
Il periodo invece del tutto certo è quello del fascismo la città fu oggetto con l'intera regione di un processo di italianizzazione forzata che in breve tempo interessò tutti gli ambiti della vita pubblica, dalla scuola all’amministrazione, dalla toponomastica all’associazionismo quindi non si esclude che ci sia stato un podestà di origine meridionale tenendo in considerazione che fino al 1943 si susseguirono alla guida di Bressanone ben 9 tra podestà e commissari prefettizi. Di questi, Ugo Franco fu quello che rimase in carica più a lungo (1929 – 1935).
Quindi la figura del sopra citato Ugo Franco resta importantissima anche perché il cognome Franco , è molto presente nelle regioni del Sud Italia ma le fonti  in rete ci aiutano poco , si dovrebbe  a questo punto verificare l’ archivio comunale per capire il luogo di nascita di questo personaggio che comunque giudò l ‘ amministrazione per diversi anni e si dovrebbe aggiungere e capire se l ‘ apparato politico amministrativo dell’ epoca era solo rappresentato da personale di lingua italiana o tedesca . Se infatti prima della Grande Guerra Bressanone contava circa 6000 abitanti, dei quali meno del 3% era di lingua italiana, nel 1941 la popolazione era salita a 11000 abitanti e la percentuale degli italiani era decuplicata  . Un decreto comunale del comune di Bressanone del 20 luglio 1928 , portava la firma dell’ Ing. Felice Rizzini e come segretario Raffaele Biagini e sia i nomi Felice che Raffaele sono molto diffusi al sud .
I primi due sindaci del dopoguerra Alberto Onestinghel (1945 – 1948) e Natale Dander (1948 – 1952) furono ancora di nomina prefettizia. Solo nel maggio del 1952, con Valerius Dejaco (1952 – 1968), Bressanone ebbe nuovamente, dopo 27 anni, un sindaco democraticamente eletto.
 A partire quindi dal dopo guerra , l ‘ emigrazione della gente del sud fu molto piu’ influente fino ad arrivare ai giorni d’ oggi .

I meridionali a Bressanone , di cosa si sono occupati e in che settore lavorano ?
Come analizzato precedentemente si è potuto capire che i primi meridionali a giungere a Bressanone siano stati militari dell’ Esercito Regio nei primi del novecento e sicuramente tanti di essi hanno fatto parte quindi delle forze armate italiane quindi Carabinieri e Alpini per la maggiore nel periodo prima dell’ era Repubblicana e poliziotti e finanzieri dopo il 1946 . Nell ‘ era fascista , molti di lingua italiana  si sono occupati della vita politica e dell’ amministrazione comunale .
Ma sicuramente un flusso consistente di lavoratori provenienti dalle Regioni Meridionali ,  resta legato all’ ambito ferroviario , infatti molti di essi a partire dal 1950 hanno lavorato in questo settore . Ancora se vogliamo analizzare il settore terziario in questi anni  , possiamo trovare meridionali lavorare sia nelle Poste Italiane che come insegnanti sia di lingua italiana nelle scuole in lingua tedesca che di tutte le discipline in ogni scuola italiana di qualsiasi ordine e grado . Riguardo le prime attività commerciali , ce ne sono state moltissime nell’ asse temporale 1937-1967 e i commercianti venuti dal sud aprirono non poche attività come Bar , saloni ( barberie) , frutterie , tabaccai , negozi di abbigliamento .
Dagli anni 70 in poi ad oggi a Bressanone nascono moltissime aziende e da qui arriveranno tanti operai dal sud specializzati in diversi settori ( elettricisti , muratori ecc) molti lavoreranno anche in proprio  .
Arrivando ad oggi nei primi 18 anni del ventunesimo secolo , di meridionali a Bressanone se ne vedono e come , lavorano quasi in tutti i settori (operai , insegnanti , medici , infermieri , commercianti , postini , dipendenti comunali ecc.. ) e forse l ‘ unico settore dove scarseggiano è quello dell’ agricoltura rimasta legata per tradizione agli altoatesini  .
C’ è da dire anche che ho avuto opportunità di conoscere tanti meridionali di età compresa 70-90 anni che vivono a Bressanone da oltre 50 anni e hanno nipotini di madrelingua tedesca perché hanno sposato una sud tirolese locale .

Nostalgia del sud
L ‘ emigrazione del popolo meridionale , è una questione molto delicata ed è una questione  che meriterebbe uno studio approfondito per le diverse  vicissitudini che si sono avute negli ultimi 157 anni nei territori dell’ ex Regno delle Due Sicile  .
Ma arriviamo alla questione locale , al punto focale che è quello di capire come un meridionale possa sentirsi nel vivere lontano da quasi un migliaio   di Km o ancora di più lontano più di mille km dal proprio luogo di origine .
Prendiamo ad esempio le distanze per l ‘ appunto chilometriche facendo alcuni simbolici esempi.
La distanza tra Napoli  e Bressanone  è di circa 877 Km in direzione Nord , si oltrepassano oltre 6 Regioni italiane e ci si arriva quasi al confine con l ‘ Austria  .
Calcoliamo invece la distanza tra Palermo e Bressanone ed ecco che i km arrivano a 1573  . Sono dati ,  ma la nostalgia di casa si avverte non tanto per i Km ma per le usanze e tradizioni che in parte qui sono diverse .
Per i napoletani dal punto di vista gastronomico , ciò che manca di più è la pizza , il caffè denso  in tazza bollente col bicchiere d’acqua frizzante o naturale servito senza chiederlo  , le zeppole e i panzarotti , o per e o mus , le sfogliatelle ,  le frolle e tanti altri prodotti che sono all’ ordine del giorno nelle zone campane venduti anche in modo ambulante  .
I pugliesi desidererebbero  le cime di rapa , i panzerotti , i pasticciotti salentini ecc. , i siciliani gli arancini , gli sfinci , i cannoli , i calabresi la nduja insomma non possiamo citarli tutti ma si è capito che a noi meridionali ci manca soprattutto il mangiare ,
Fortunatamente , quando poi ci si incontra , si viene a sapere che in un modo o nell’ altro i tanti prodotti tipici del meridione riescono comunque ad arrivare o quanto meno a cucinarli .
E dal punto di vista climatico ?
Il clima potrebbe essere preso in considerazione .
Se analizziamo i dati della stazione metereologica di Bressanone, e considerando che ci troviamo in un clima prettamente alpini ecco che alcuni dati ci rimbalzano agli occhi considerando anche i dati di diverse regioni del sud.
La stazione meteorologica di nuova generazione (2011) si trova nell'area climatica dell'Italia nord-orientale, nel Trentino-Alto Adige, in provincia di Bolzano, nel comune di Bressanone, a 560 metri s.l.m.
Il codice della stazione è 3910.
In base alla media trentennale di riferimento (1961-1990), la temperaturamedia del mese più freddo, gennaio, si attesta a -2,0 °C; quella del mese più caldo, luglio, è di +19,2 °C.
Le precipitazioni medie annue si aggirano attorno ai 700 mm, mediamente distribuite in 85 giorni, con un accentuato minimo invernale, stagione in cui si verificano generalmente a carattere nevoso, ed un picco in estate, stagione in cui possono verificarsi frequenti temporali per il contrasto di diverse masse d'aria, favorito dalla vicinanza della catena alpina.[1]
BRESSANONE
2,6
7,2
12,5
16,7
21,3
24,7
26,9
26,3
22,5
16,3
8,1
2,8
4,2
16,8
26,0
15,6
15,7
−6,5
−4,1
−1,0
2,8
6,7
9,7
11,5
11,0
8,1
3,7
−1,4
−5,4
−5,3
2,8
10,7
3,5
2,9
21,0
20,8
28,4
44,1
79,7
83,7
109,4
113,9
68,0
51,9
48,5
23,8
65,6
152,2
307,0
168,4
693,2
4
4
5
7
11
10
11
10
7

Stazione meteorologica di Catania Fontanarossa
L'ultima nevicata con accumulo che ha imbiancato la stazione e la stessa città di Catania risale al 16-17 dicembre del 1988.
15,8
16,4
17,8
20,3
24,2
28,3
31,7
32,0
29,1
24,7
20,3
16,8
16,3
20,8
30,7
24,7
23,1
5,3
5,4
6,5
8,3
11,6
15,6
18,5
19,2
17,1
13,7
9,7
6,7
5,8
8,8
17,8
13,5
11,5
24,2(1987)
24,8(1977)
27,4(1961)
34,8(1985)
36,4(1988)
45,0(1982)
46,0(1962)
42,5(1970)
41,4(1988)
34,0(1973)
28,4(1977)
24,0(1989)
24,8
36,4
46,0
41,4
46,0
−4,0(1966)
−4,0(1962)
−3,0(1987)
−1,0(1990)
2,2(1970)
8,4(1971)
11,2(1962)
12,8(1972)
9,0(1971)
4,8(1971)
1,0(1963)
−1,8(1966)
−4,0
−3,0
8,4
1,0
−4,0
4,4
4,3
4,2
3,8
3,2
2,1
1,2
1,5
2,6
3,7
3,9
4,2
4,3
3,7
1,6
3,4
3,3
74,8
52,6
46,0
35,4
19,2
6,0
5,0
8,9
45,0
106,1
62,3
85,9
213,3
100,6
19,9
213,4
547,2
8
7
6
5
3
1
1
2
3
7
5
8
23
14
4
15
56
73
71
70
70
68
65
64
67
68
72
75
76
73,3
69,3
65,3
71,7
69,9
1 016
1 015
1 015
1 014
1 014
1 015
1 014
1 014
1 016
1 017
1 017
1 016
1 015,7
1 014,3
1 014,3
1 016,7
1 015,3
W 
4,3
W 
4,5
W 
4,4
E 
4,4
E 
4,2
E 
4,3
E 
4,1
E 
4,0
E 
4,0
W 
4,0
W 
4,0
W 
4,1
4,3
4,3
4,1
4,0
4,2



Stazione meteorologica di Bari Palese

Di seguito è riportata la tabella con le medie climatiche e i valori massimi e minimi assoluti registrati nel trentennio 1971-2000e pubblicati nell'Atlante Climatico d'Italia del Servizio meteorologico dell'Aeronautica Militare relativo al medesimo trentennio.[1]
12,6
12,9
15,0
18,0
22,8
26,8
29,2
29,2
25,9
21,5
16,8
13,9
13,1
18,6
28,4
21,4
20,4
4,9
4,8
6,3
8,6
12,9
16,7
19,3
19,4
16,3
12,6
8,6
6,2
5,3
9,3
18,5
12,5
11,4
24,0(1979)
24,0(1990)
27,2(1977)
32,6(1985)
39,1(1994)
41,4(1982)
43,3(2000)
44,8(1994)
39,0(1988)
35,2(1979)
26,8(2000)
23,0(1989)
24,0
39,1
44,8
39,0
44,8
−5,9(1993)
−3,0(1979)
−2,4(1987)
0,0(1988)
5,3(1987)
7,8(1986)
12,8(1971)
12,8(1976)
8,4(1979)
4,0(1972)
0,0(1977)
−1,6(1976)
−5,9
−2,4
7,8
0,0
−5,9
0
0
0
0
0
5
11
12
3
0
0
0
0
0
28
3
31
1
1
1
0
0
0
0
0
0
0
0
1
3
1
0
0
4
53,7
64,2
42,0
40,5
34,9
23,3
25,4
30,4
59,7
61,5
72,7
54,3
172,2
117,4
79,1
193,9
562,6
7
8
7
6
5
4
3
4
5
6
8
7
22
18
11
19
70
1
1
0
0
0
0
0
0
0
0
0
0
2
0
0
0
2
76
73
72
69
69
66
65
67
70
75
77
77
75,3
70

Stazione meteorologica di Potenza


Di seguito è riportata la tabella con le medie climatiche e i valori massimi e minimi assoluti registrati nel trantennio 1971-2000e pubblicati nell'Atlante Climatico d'Italia del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare relativo al medesimo trentennio.[3]trentennio.[3]
POTENZA(1971-2000)
6,9
7,2
9,7
12,8
18,1
22,3
25,7
25,8
21,7
16,5
11,0
7,9
7,3
13,5
24,6
16,4
15,5
1,2
1,1
2,5
4,8
9,2
12,7
15,4
15,7
12,7
8,9
4,7
2,3
1,5
5,5
14,6
8,8
7,6
20,0(1985)
21,8(1977)
23,6(1991)
25,6(1977)
29,8(1996)
33,0(1998)
36,8(1988)
36,8(1998)
33,2(1994)
30,0(1993)
21,8(1996)
20,0(1989)
21,8
29,8
36,8
33,2
36,8
−9,6(1981)
−10,0(1993)
−7,8(1977)
−3,6(1995)
0,5(1987)
4,0(1977)
8,0(1975)
6,8(1976)
1,2(1977)
−1,2(1972)
−7,0(1973)
−8,0(1976)
−10,0
−7,8
4,0
−7,0
−10,0
0
0
0
0
0
1
5
5
0
0
0
0
0
0
11
0
11
11
10
8
2
0
0
0
0
0
0
3
7
28
10
0
3
41
55,7
63,0
48,6
66,8
42,8
30,4
26,1
32,6
46,2
61,6
73,3
66,0
184,7
158,2
89,1
181,1
613,1
8
9
9
9
6
4
3
4
5
8
9
8
25
24
11
22
82
3
2
1
1
1
0
0
0
0
2
3
3
8
3
0
5
16
76
74
71
68
67
65
61
62
66
71
75
78
76
68,7
Ecco i dati , facciamo alcune considerazioni ,
In quasi tutti i comuni dell’ Italia Meridionale che sono bagnati dal mare considerando il clima mediterraneo , a gennaio o febbraio che sono i mesi più freddi dell’ anno ,  le temperature massime supereranno quasi sempre i 12 gradi mentre a Bressanone la temperatura massima in quei mesi non andrà oltre gli 7,5 gradi  .
Per le minime parlando sempre dei territori meridionali che non distano dal mare più di  60 km le minime difficilmente scenderanno sotto i 2 gradi mentre a Bressanone le minime oscilleranno tra i 9 e i 7 gradi sotto lo zero  .
Ho inserito anche i dati di Potenza una delle città più continentali dell’ intero mezzogiorno e le differenze proprio a causa della non vicinanza al mare , si fanno meno sentire .
Massime tra gennaio  e febbraio tra i 6 e gli 8 gradi minime medie meno 1 ai 2 gradi .
Ma attenzione ci sono luoghi del Sud Italia dove le temperature sono molto più rigide di Bressanone e del Monte Plose .
Addirittura in Sicilia la regione piu’ a sud d’Italia sul Monte Etna ad esempio anche in pieno agosto , alcune volte la temperatura è piu’ bassa della cima della Plose   .
 Ciò accade anche in Abruzzo  dove sulla vetta piu’ alta del sud Italia e cioè il Gran Sasso le temperature sono quasi simili se non inferiori  alla vetta Plose  .
Un esempio ?
Dati del 10 /09/2018
Temperatura Gran Sasso : massima 11 gradi , minima meno 1 .
          Temperatura Plose : massima 16 gradi , minima 0 .
Ma attenzione , nel mese di aprile del 2018 le temperature di Bressanone , hanno raggiunto quasi i 22 gradi , 10 al disopra della media stagionale  .



 COME E PERCHE’ LA MASSONERIA DECRETO’ LA FINE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE 158 ANNI FA , CIRCA 1896 MESI FA.
La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un’avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all’improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.
Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è. La spedizione non fu per niente improvvisa e spontanea ma ben architettata, studiata a tavolino nei minimi dettagli e pianificata dalle massonerie internazionali, quella britannica in testa, che sorressero il tutto con intrighi politici, contributi militari e cospicui finanziamenti coi quali furono comprati diversi uomini chiave dell’esercito borbonico al fine di spianare la strada a Garibaldi che agli inglesi non mancherà mai di dichiarare la sua gratitudine e amicizia.

I giornali dell’epoca, ma soprattutto gli archivi di Londra, Vienna, Roma, Torino e Milano e, naturalmente, Napoli forniscono documentazione utile a ricostruire il vero scenario di congiura internazionale che spazzò via il Regno delle Due Sicilie non certo per mano di mille prodi alla ventura animati da un ideale unitario.
Il Regno britannico, con la sua politica imperiale espansionistica che tanti danni ha fatto nel mondo e di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze (vedi conflitto israelo-palestinese), ebbe più di una ragione per promuovere la fine di quello napoletano e liberarsi di un soggetto politico-economico divenuto scomodo concorrente.
Innanzitutto furono i sempre più idilliaci rapporti tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio a generare l’astio di Londra. La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche e la cattolica Napoli era ormai invisa alla protestante e massonica Londra che mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a questo obiettivo che coincideva con quello dei Savoia, anch’essi massoni, di impossessarsi dei fruttuosi possedimenti della Chiesa per risollevare le proprie casse. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e 
Cavour.
In questo conflittuale scenario di potentati, la nazione Napoletana percorreva di suo una crescita esponenziale ed era già la terza potenza europea per sviluppo industriale come designato all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856. Un risultato frutto anche della politica di Ferdinando II che portò avanti una politica di sviluppo autonomo atto a spezzare le catene delle dipendenze straniere.
La flotta navale delle Due Sicilie costituiva poi un pericolo per la grande potenza navale inglese anche e soprattutto in funzione dell’apertura dei traffici con l’oriente nel Canale di Suez i cui scavi cominciarono proprio nel 1859, alla vigilia dell’avventura garibaldina.
L’integrazione del sistema marittimo con quello ferroviario, con la costruzione delle ferrovie nel meridione con cui le merci potessero viaggiare anche su ferro, insieme alla posizione d’assoluto vantaggio del Regno delle Due Sicilie nel Mediterraneo rispetto alla più lontana Gran Bretagna, fu motivo di timore per Londra che già non aveva tollerato gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’Impero Russo grazie ai quali la flotta sovietica aveva navigato serenamente nel Mediterraneo, avendo come basi d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.
Proprio il controllo del Mediterraneo era una priorità per la “perfida Albione” che si era impossessata di Gibilterra e poi di Malta, e mirava ad avere il controllo della stessa Sicilia quale punto più strategico per gli accadimenti nel mediterraneo e in oriente. L’isola costituiva la sicurezza per l’indipendenza Napolitana e in mano agli stranieri ne avrebbe decretata certamente la fine, come fece notare Giovanni Aceto nel suo scritto “De la Sicilie et de ses rapports avec l’Angleterre”.


l’Angleterre”.
La presenza inglese in Sicilia era già ingombrante e imponeva coi cannoni a Napoli il remunerativo monopolio dello zolfo di cui l’isola era ricca per i quattro quinti della produzione mondiale; con lo zolfo, all’epoca, si produceva di tutto ed era una sorta di petrolio per quel mondo. E come per il petrolio oggi nei paesi mediorientali, così allora la Sicilia destava il grande interesse dei governi imperialisti.
I Borbone, in questo scenario, ebbero la colpa di non fare tesoro della lezione della Rivoluzione Francese, di quella Napoletana del 1799 e di quelle a seguire, di considerarsi insovvertibili in Italia e di non capire che il pericolo non era da individuare nella penisola ma più in la, che nemico era alle porte, anzi, proprio in casa. Il Regno di Napoli e quello d’Inghilterra erano infatti alleati solo mezzo secolo prima, ma in condizione di sfruttamento a favore del secondo per via dei considerevoli vantaggi commerciali che ne traeva in territorio duosiciliano. Fu l’opera di affrancamento e di progressiva riduzione di tali vantaggi da parte di Ferdinando II a rompere l’equilibrio e a suscitare le cospirazioni della Gran Bretagna che si rivelò così un vero e proprio cavallo di Troia. Per questo fu più comodo per gli inglesi “cambiare” l’amicizia ormai inimicizia con lo stato borbonico con un nuovo stato savoiardo alleato.
Questi furono i motivi principali che portarono l’Inghilterra a stravolgere gli equilibri della penisola italiana, propagandando idee sul nazionalismo dei popoli e denigrando i governi di Russia, Due Sicilie e Austria. La mente britannica armò il braccio piemontese per il quale il problema urgente era quello di evitare la bancarotta di stampo bellico accettando l’opportunità offertagli di invadere le Due Sicilie e portarne a casa il tesoro.
Un titolo sul “Times” dell’epoca, pubblicato già prima della morte di Ferdinando II, è foriero di ciò che sta per accadere e spiega l’interesse imperialistico inglese nelle vicende italiane. “Austria e Francia hanno un piede in Italia, e l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure”.
Lo sbarco a Marsala e l’invasione del Regno delle Due Sicilie sono a tutti gli effetti un “gravissimo atto di pirateria internazionale”, compiuto ignorando tutte le norme di Diritto Internazionale, prima fra tutte quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che nessuna nazione straniera abbia mosso un dito mentre avveniva e si sviluppava fa capire quale sia stata la predeterminazione di un atto così grave.
Garibaldi è un burattino in mano a Vittorio Emanuele II Cavour, l’unico che può compiere questa invasione senza dichiarazione non essendo né un sovrano né un politico. E viene manovrato a dovere dal conte piemontese, dal Re di Sardegna e dai cospiratori inglesi, fin quando non diviene scomodo e arriva il momento di costringerlo a farsi da parte.
Di soldi, nel 1860, ne circolano davvero parecchi per l’operazione. Si parla di circa tre milioni di franchi francesi solo in Inghilterra, denaro investito per comprare il tradimento di chi serve allo scopo, ma anche armi, munizioni e navi. A Londra nasce il “Garibaldi Italian Fund Committee”, un fondo utile ad ingaggiare i mercenari che devono formare la “Legione Britannica”, uomini feroci che aiuteranno il Generale italiano nei combattimenti che verrano.
Garibaldi diviene un eroe in terra d’Albione con una popolarità alle stelle. Nascono i “Garibaldi’s gadgets”: ritratti, composizioni musicali, spille, profumi, cioccolatini, caramelle e biscotti, tutto utile a reperire fondi utili all’impresa in Italia.
In realtà, alla vigilia della spedizione dei mille, tutti sanno cosa sta per accadere, tranne la Corte e il Governo di Napoli ai quali “stranamente” non giungono mai quei telegrammi e quelle segnalazioni che vengono inviate dalle ambasciate internazionali. In Sicilia invece, ogni unità navale ha già ricevuto le coordinate di posizionamento nelle acque duosiciliane.
La traversata parte da Quarto il 5 Maggio 1860 a bordo della “Lombardo” e della “Piemonte”, due navi ufficialmente rubate alla società Rubattino ma in realtà fornite favorevolmente dall’interessato armatore genovese, amico di Cavour. Garibaldi non sa neanche quanta gente ha a bordo, non è una priorità far numero; se ne contano 1.089 e il Generale resta stupito per il numero oltre le sue stime. Sono persone col pedigree dei malavitosi e ne farà una raccapricciante descrizione lo stesso Garibaldi.Provengono da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “città dei mille”. Ci sono anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione, proprio quelli sfrattati dalla toponomastica delle città italiane.
La rotta non è casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non è la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li c’è una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.
Il 10 Maggio, alla vigilia dello sbarco, l’ammiragliato inglese a Londra dà l’ordine ai piroscafi bellici “Argus” e “Intrepid”, ancorati a Palermo, di portarsi a Marsala; ufficialmente per proteggere i sudditi inglesi ma in realtà con altri scopi. Ci arrivano infatti all’alba del giorno dopo e gettano l’ancora fuori a città col preciso compito di favorire l’entrata in rada delle navi piemontesi. Navi che arrivano alle 14 in punto, in pieno giorno, e questo dimostra quanta sicurezza avessero i rivoltosi che altrimenti avrebbero più verosimilmente scelto di sbarcare di notte.
L’approdo avviene proprio dirimpetto al Consolato inglese e alle fabbriche inglesi di vini “Ingham” e “Whoodhouse” con le spalle coperte dai piroscafi britannici che, con l’alibi della protezione delle fabbriche, ostacolano i colpi di granate dell’incrociatore napoletano “Stromboli”, giunto sul posto insieme al piroscafo “Capri” e la fregata a vela “Partenope”.
Le trattative che si intavolano fanno prendere ulteriore tempo ai garibaldini e sortiscono l’effetto sperato: I “mille” sbarcano sul molo. Ma sono in 776 perché i veri repubblicani, dopo aver saputo che si era andati a liberare la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, si sono fatti sbarcare a Talamone, in terra toscana. Contemporaneamente sbarcano dall’Intrepid dei marinai inglesi anch’essi di rosso vestiti che si mischiano alle “camicie rosse”, in modo da impedire ai napoletani di sparare.
Napoli invia proteste ufficiali a Londra per la condotta dei due bastimenti inglesi ma a poco serve.
Garibaldi e i suoi sbarcano nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fanno è saccheggiare tutto ciò che è possibile.
Il 13 Maggio Garibaldi occupa Salemi, stavolta nell’entusiasmo perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unisce a lui con una banda di “picciotti”. Da qui si proclama “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.
Il 15 Maggio è il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I mille sono ora almeno il doppio; vi si uniscono “picciotti” siciliani, inglesi e marmaglie insorte, e sfidano i soldati borbonici al comando del Generale Landi. La storiografia ufficiale racconta di questo conflitto come di un miracolo dei garibaldini ma in realtà si tratta del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico, un corrotto accusato poi di tradimento.
I primi a far fuoco sono i “picciotti” che vengono decimati dai fucili dei soldati Napoletani.
Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assalta i garibaldini rischiando la sua stessa vita e mentre il Generale Nino Bixio chiede a Garibaldi di ordinare la ritirata il Generale Landi, che già ha rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse”, fa suonare le trombe in segno di ritirata. Garibaldi capisce che è il momento di colpire i borbonici in fuga e alle spalle, compiendo così il “miracolo” di Calatafimi. Una battaglia che avrebbe potuto chiudere sul nascere l’avanzata garibaldina se non fosse stato per la condotta di Landi che fu accusato di tradimento dallo stesso Re Francesco II e confinato sull’isola d’Ischia; non a torto perché poi un anno più tardi, l’ex generale di brigata dell’esercito borbonico e poi generale di corpo d’armata dell’esercito sabaudo in pensione, si presenta al Banco di Napoli per incassare una polizza di 14.000 ducati d’oro datagli dallo stesso Garibaldi ma scopre che sulla sua copia, palesemente falsificata, ci sono tre zeri di troppo. Landi, per questa delusione, è colpito da ictus e muore.
Garibaldi, ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltra nel cuore della Sicilia mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese segue in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza.
Intanto sempre gli inglesi fanno arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e danari per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Le banche di Londra sono piene di depositi di cifre pagate come prezzo per ragguagli sulla dislocazione delle truppe borboniche e di suggerimenti dei generali corruttibili, così come di tante altre importantissime informazioni segrete.
Garibaldi entra a Palermo e poi arriva a Milazzo ormai rafforzato da uomini e armi moderne e l’esito della battaglia che li si combatte, a lui favorevole, é prevalentemente dovuto all’equipaggiamento individuale dei rivoltosi che hanno ricevuto in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.
Quando l’eroe dei due mondi passa sul territorio peninsulare, le navi inglesi continuano a scortarlo dal mare e anche quando entra a Napoli da Re sulla prima ferrovia italiana ha le spalle coperte dall’Intrepid (chi si rivede) che dal 24 Agosto, insieme ad altre navi britanniche, si muove nelle acque napoletane.
Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sosta vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove può tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lascia Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, dona agli amici inglesi un suolo a piacere che viene designato in Via San Pasquale a Chiaia su cui viene eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.
Qualche mese dopo, la città di Gaeta che ospita Francesco II nella strenua difesa del Regno è letteralmente rasa al suolo dal Generale piemontese Cialdini, pagando non solo il suo ruolo di ultimo baluardo borbonico ma anche e soprattutto l’essere stato nel 1848 il luogo del rifugio di Papa Pio IX, ospite dei Borbone, in fuga da Roma in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana ad opera di Giuseppe Mazzini, periodo in cui la città assunse la denominazione di “Secondo Stato Pontificio”.
Scompare così l’antico Regno di Ruggero il Normanno sopravvissuto per quasi otto secoli, non a caso nel momento del suo massimo fulgore.
Dieci anni dopo, nel Settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma al Regno d’Italia decreta la fine anche dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, portando a compimento il grande progetto delle massonerie internazionali nato almeno quindici anni prima, volto a cancellare la grande potenza economico-industriale del Regno delle Due Sicilie e il grande potere cattolico dello Stato Pontificio. Il Vaticano, proprio da qui si mondanizza per sopravvivenza e comincia ad affiancarsi alle altre supremazie mondiali che hanno cercato di eliminarlo.
Garibaldi, pochi anni dopo la sua impresa, è ospite a Londra dove viene accolto come un imperatore. I suoi rapporti con l’Inghilterra continuano per decenni e si manifestano nuovamente quando, intorno alla metà del 1870, il Generale è impegnato nell’utopia della realizzazione di un progetto faraonico per stravolgere l’aspetto di Roma: il corso del Tevere entro Roma completamente colmato con un’arteria ferroviaria contornata da aree fabbricabili. Da Londra si tessono contatti con società finanziarie per avviare il progetto ed arrivano nella Capitale gli ingegneri Wilkinson e Fowler per i rilievi e i sondaggi. È pronta a realizzare la remunerativa follia la società britannica Brunless & McKerrow che non vi riuscirà mai perché il progetto viene boicottato del Governo italiano.
L’ideologia nazionale venera i “padri della patria” che operarono il piano internazionale, dimenticando tutto quanto di nefasto si raccontasse di Garibaldi, un avventuriero dal passato poco edificante. L’Italia di oggi festeggia un uomo condannato persino a “morte ignominiosa in contumacia” nel 1834 per sentenza del Consiglio di Guerra Divisionale di Genova perché nemico della Patria e dello Stato, motivo per il quale fuggì latitante in Sud America dove diede sfogo a tutta la sua natura selvaggia.

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In quanto a Cavour, al Conte interessava esclusivamente ripianare le finanze dello Stato piemontese, non certo l’unità di un paese di cui non conosceva neanche la lingua, così come Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, benché non a caso secondo di nome nel solco di una continuazione della dinastia sabauda e non italiana. Non a caso il 21 Febbraio 1861, nel Senato del Regno riunito a Torino, il nuovo Re d’Italia fu proclamato da Cavour «Victor-Emmanuel II, Roi d’Italie», non Re d’Italia.


L’ ULTIMO RE DEI MERIDIONALI MORI IN TRENTINO ALTO ADIGE IN ESILIO ,  SOFFRI TANTO  E MORI TRA I CONTADINI RECITANDO IL SANTO ROSARIO FACENDOSI CHIAMARE SIGN. FABIANI E SOLO DOPO LA SUA MORTE LA GENTE DEL LUOGO SEPPE CHE QUELL’ UOMO TANTO UMILE E BUONO NON FOSSE CHE L ‘ ULTIMO SPODESTATO RE DEI MERIDIONALI .

Viviamo la Calabria

La buonanima del Signor Fabiani ... morte del Re di Napoli.

Di Maria Lombardo

Era Francesco II° di Borbone, Re del Regno delle due Sicilie, ma possiamo chiamarlo la buonanima del Signor Fabiani, come si fece chiamare da esule. Si vocifera di un prossimo avvio della sua causa di beatificazione ed io vi parlerò della sua morte, per quel poco che se ne può dire nel rispetto della sua volontà di rimanere nell’incognito. Se lo propongono agli onori degli altari vuol dire che da uomo normale valse molto, più che da re delle Due Sicilie per quanto, in quella veste cercò solo di far del bene al popolo che, in fondo, lo amava. Ammalatosi di diabete, sin dal 1876 aveva cominciato a frequentare Arco, una stazione termale nei pressi di Trento che, allora, faceva parte dell’impero austriaco. Là si fece conoscere come il “signor Fabiani”, anche se qualcuno lo identificava come il Duca di Castro perchè era ospitato nella villa dell’Arciduca Alberto d’Austria. Lontano dalla sua terra e dai suoi affetti più cari , trascorse gli ultimi anni della sua vita in triste solitudine, memore di essere stato l’ultimo Re di una dinastia che aveva regnato per 126 anni sul trono di Napoli. La sorte gli aveva riservato compiti indubbiamente più grandi delle sue forze ma, tuttavia nei momenti decisivi, li affrontò al meglio che potè, con problemi seri sofferti con umana dignità. Nei lunghi anni d’esilio avevo costantemente seguito le vicende della sua patria, senza mai perdere la speranza di ritornare tra quei fedeli compagni d’arme il cui ricordo lo portava nel cuore dall’ultimo mesto saluto sugli spalti della Fortezza di Gaeta. Lo consolava la fede cristiana, che lo induceva ad un contegno molto riservato, tanto che raramente si facevo notare tranne che per la frequenza alla messa e devozione alla Chiesa. Quasi suo unico compagno era l’Arciduca Alberto, e qualche volta suo cognato l’Arciduca Carlo Salvatore. Le sue ultime giornate le aveva trascorse compiendo qualche passeggiata nei dintorni della cittadina, scambiando qualche battuta con la gente del luogo, che commentava la sua svelta camminatura lungo il viale delle Magnolie, per giungere puntuale alle sacre funzioni mescolandosi ai semplici contadini. Nell’autunno del 1894, sii recò, di nuovo, ad Arco per le consuete cure . Ma, approssimandosi le festività natalizie, le sue condizioni di salute si aggravarono improvvisamente. E dopo una breve malattia, Il 26 dicembre, dopo la celebrazione della Messa, gli furono amministrati il Viatico e l’Estrema Unzione. Confortato anche dalla benedizione del Sommo Pontefice, si spensi serenamente nel pomeriggio del 27 dicembre 1894 alle ore 14,34.Così,la sua vita terrena si concludeva a soli 58 anni di età. Al momento del trapasso, gli erano accanto la moglie ,Maria Sofia, che lo aveva raggiunto nell’imminenza del Natale, il fratello Alfonso, Conte di Caserta, l’Arciduchessa Maria e gli Arciduchi Alberto, Ranieri ed Ernesto. I suoi funerali si svolsero il 5 gennaio 1895 alla presenza dei principi reali e di quasi tutti i rappresentanti dell’aristocrazia internazionale del tempo, e celebrati dall’Arcivescovo di Trento. Verso le 3 pomeridiane la sua salma, vestita con abiti civili su cui spiccavano le decorazioni e fra queste la medaglia al valore militare per la difesa di Gaeta, restò esposta nella camera ardente fino alla sera del 29 dicembre. Poi fu deposta nella Cripta del duomo di Arco, in quei giorni sollecitamente preparata alla presenza di molti Signori e Principi del Regno delle Due Sicilie. Le resero gli onori due battaglioni di Cacciatori austriaci, mentre dal Monte Brione spararono i cannoni di un’intera batteria. Nello stesso giorno, anche a Napoli fu celebrata una solenne funzione religiosa, in sua memoria, alla presenza di tutti i nobili riuniti, dei Cavalieri dell’Ordine di San Gennaro e dell’Ordine di Malta. Napoli apprese la notizia della morte sua dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao scrisse in prima pagina un articolo dal titolo « Il Re di Napoli », in cui fra l’altro diceva: Napoli apprese la notizia della mia morte dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao scrisse in prima pagina un articolo dal titolo « Il Re di Napoli », in cui fra l’altro lo definiva un Galantuomo, ma lui, come forse avrebbe preferito essere definito un Brigante come tanti di quelli che difesero la dinastia dei Borbone. Come stinco di santo ,forse farà più chiasso da morto di quanto non ne fece da vivo e per un re, far chiasso in una repubblica, si può dire che è il colmo! 


Viviamo la Calabria

La buonanima del Signor Fabiani ... morte del Re di Napoli.

Di Maria Lombardo

Era Francesco II° di Borbone, Re del Regno delle due Sicilie, ma possiamo chiamarlo la buonanima del Signor Fabiani, come si fece chiamare da esule. Si vocifera di un prossimo avvio della sua causa di beatificazione ed io vi parlerò della sua morte, per quel poco che se ne può dire nel rispetto della sua volontà di rimanere nell’incognito. Se lo propongono agli onori degli altari vuol dire che da uomo normale valse molto, più che da re delle Due Sicilie per quanto, in quella veste cercò solo di far del bene al popolo che, in fondo, lo amava. Ammalatosi di diabete, sin dal 1876 aveva cominciato a frequentare Arco, una stazione termale nei pressi di Trento che, allora, faceva parte dell’impero austriaco. Là si fece conoscere come il “signor Fabiani”, anche se qualcuno lo identificava come il Duca di Castro perchè era ospitato nella villa dell’Arciduca Alberto d’Austria. Lontano dalla sua terra e dai suoi affetti più cari , trascorse gli ultimi anni della sua vita in triste solitudine, memore di essere stato l’ultimo Re di una dinastia che aveva regnato per 126 anni sul trono di Napoli. La sorte gli aveva riservato compiti indubbiamente più grandi delle sue forze ma, tuttavia nei momenti decisivi, li affrontò al meglio che potè, con problemi seri sofferti con umana dignità. Nei lunghi anni d’esilio avevo costantemente seguito le vicende della sua patria, senza mai perdere la speranza di ritornare tra quei fedeli compagni d’arme il cui ricordo lo portava nel cuore dall’ultimo mesto saluto sugli spalti della Fortezza di Gaeta. Lo consolava la fede cristiana, che lo induceva ad un contegno molto riservato, tanto che raramente si facevo notare tranne che per la frequenza alla messa e devozione alla Chiesa. Quasi suo unico compagno era l’Arciduca Alberto, e qualche volta suo cognato l’Arciduca Carlo Salvatore. Le sue ultime giornate le aveva trascorse compiendo qualche passeggiata nei dintorni della cittadina, scambiando qualche battuta con la gente del luogo, che commentava la sua svelta camminatura lungo il viale delle Magnolie, per giungere puntuale alle sacre funzioni mescolandosi ai semplici contadini. Nell’autunno del 1894, sii recò, di nuovo, ad Arco per le consuete cure . Ma, approssimandosi le festività natalizie, le sue condizioni di salute si aggravarono improvvisamente. E dopo una breve malattia, Il 26 dicembre, dopo la celebrazione della Messa, gli furono amministrati il Viatico e l’Estrema Unzione. Confortato anche dalla benedizione del Sommo Pontefice, si spensi serenamente nel pomeriggio del 27 dicembre 1894 alle ore 14,34.Così,la sua vita terrena si concludeva a soli 58 anni di età. Al momento del trapasso, gli erano accanto la moglie ,Maria Sofia, che lo aveva raggiunto nell’imminenza del Natale, il fratello Alfonso, Conte di Caserta, l’Arciduchessa Maria e gli Arciduchi Alberto, Ranieri ed Ernesto. I suoi funerali si svolsero il 5 gennaio 1895 alla presenza dei principi reali e di quasi tutti i rappresentanti dell’aristocrazia internazionale del tempo, e celebrati dall’Arcivescovo di Trento. Verso le 3 pomeridiane la sua salma, vestita con abiti civili su cui spiccavano le decorazioni e fra queste la medaglia al valore militare per la difesa di Gaeta, restò esposta nella camera ardente fino alla sera del 29 dicembre. Poi fu deposta nella Cripta del duomo di Arco, in quei giorni sollecitamente preparata alla presenza di molti Signori e Principi del Regno delle Due Sicilie. Le resero gli onori due battaglioni di Cacciatori austriaci, mentre dal Monte Brione spararono i cannoni di un’intera batteria. Nello stesso giorno, anche a Napoli fu celebrata una solenne funzione religiosa, in sua memoria, alla presenza di tutti i nobili riuniti, dei Cavalieri dell’Ordine di San Gennaro e dell’Ordine di Malta. Napoli apprese la notizia della morte sua dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao scrisse in prima pagina un articolo dal titolo « Il Re di Napoli », in cui fra l’altro diceva: Napoli apprese la notizia della mia morte dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao scrisse in prima pagina un articolo dal titolo « Il Re di Napoli », in cui fra l’altro lo definiva un Galantuomo, ma lui, come forse avrebbe preferito essere definito un Brigante come tanti di quelli che difesero la dinastia dei Borbone. Come stinco di santo ,forse farà più chiasso da morto di quanto non ne fece da vivo e per un re, far chiasso in una repubblica, si può dire che è il colmo! 

Nella foto il Prof. Adrano La Femina commissario politico Lega Sud Meridionali Uniti in Trentino Alto Adige ad Arco di Trento per vedere e onorare l ‘ unica strada d’Italia fatta in onore dell’ ultimo Re dei meridionali.

E l ' ultima regina dei meridionali ? Una grande donna non dimentichiamo che il Regno delle Due Sicilie era legato con il mondo tedesco , con la Baviera . 

«L'Aquiletta bavara»
(definizione di Gabriele d'Annunzio su Maria Sofia di Baviera)


Nel 1858 fu promessa in sposa, diciassettenne, a Francesco, erede al trono delle Due Sicilie, inizialmente conosciuto solo attraverso l'immagine di unaminiatura. Il matrimonio serviva a rafforzare il legame tra le corone d'Asburgo e iBorbone-Napoli.[3]
Il fidanzamento ufficiale avvenne il 22 dicembre 1858 e il matrimonio fu celebrato per procura l'8 gennaio 1859.
Dopo qualche giorno Maria Sofia fu accompagnata a Trieste, dove era attesa dalle borboniche Tancredi e Fulminante, a bordo delle quali arrivò a Bari il 1º febbraio 1859, dove infine incontrò suo marito Francesco e il suocero, il re Ferdinando II, ammalatosi durante il viaggio verso il capoluogo pugliese.[3]
Il 7 marzo i reali ripartirono via nave per Napoli e le condizioni di Ferdinando si aggravarono ulteriormente.
Il 22 maggio successivo il re morì e Maria Sofia divenne la regina consorte di Francesco II, allora ventitreenne, e passato alla storia con il nomignolo di Franceschiello.
Fu regina delle Due Sicilie fino alla capitolazione di Gaeta del 13 febbraio 1861.
Divenne molto popolare proprio durante l'assedio della piazzaforte di Gaeta, dove la corte si era rifugiata il 6 settembre 1860per tentare un'ultima resistenza alle truppe militari piemontesi. Ella cercò in tutti i modi di incoraggiare i soldati borbonici distribuendo loro medaglie con coccarde colorate da lei stessa confezionate, indossò un costume di taglio maschile e partecipò personalmente ai combattimenti incitando alla lotta i soldati e recandosi in visita ai feriti negli ospedali di guerra. Quando, poi, a Gaeta la situazione peggiorò sempre più a causa della scarsità del cibo, della diffusa malattia di tifo e del freddo, il marito consorte Francesco II la invitò a lasciare la roccaforte, ma la regina Maria Sofia fu irremovibile e volle restare accanto al suo popolo. Così, infatti, riferisce re Francesco II in una lettera rivolta a Napoleone III:
«Ho fatto ogni sforzo per persuadere S.M. la Regina a separarsi da me, ma sono stato vinto dalle sue tenere preghiere e dalle sue generose risoluzioni. Ella vuol dividere meco, sin alla fine, la mia fortuna, consacrandosi a dirigere negli ospedali la cura dei feriti e degli ammalati; da questa sera Gaeta conta una suora di carità in più[4]»
Grande fu l'ammirazione che ebbe verso la regina il giornalista francese Charles Garnier presente sul posto[5].

Soggiorno a Roma


Maria Sofia fotografata dai Fratelli d'Alessandri
Dopo la caduta di Gaeta e l'annessione delle Due Sicile all'Italia, Maria Sofia e il deposto re si rifugiarono a Roma, capitale dell'allora Stato Pontificio, ormai ridotto all'epoca al solo Lazio. A Roma Francesco II istituì un governo in esilio (che godette soltanto del riconoscimento della Santa Sede e dell'Austria, prima di essere definitivamente sciolto nel 1866) come il Governo legittimo del regno delle Due Sicilie.
Nel febbraio 1862 apparvero alcune foto che la ritraevano senza veli e che vennero diffuse in tutte le corti d'Europa. Le foto si rivelarono essere abili manipolazioni nelle quali il capo della Regina era stato montato su un corpo di una giovane prostituta, ritratta in pose sessuali molto lascive, e le indagini svolte portarono infatti la polizia pontificia all'arresto di Antonio Diotallevi e della moglie Costanza Vaccari, autori del gesto.[6]
Le sue ricchezze e tutti i suoi privilegi erano, in un certo modo, compromessi da tali tragedie personali. Il suo matrimonio restò inconsumato per molti anni a causa del fatto che Francesco soffriva di fimosi. La timidezza e il fanatismo religioso del consorte, inoltre, impedivano alla coppia lo sviluppo di qualsiasi tipo di intimità.
A Roma Maria Sofia si innamorò di un ufficiale della guardia pontificia, Armand de Lawayss, di cui rimase incinta. Ritiratasi nella casa di origine dei genitori aPossenhofen, in Baviera, su consiglio della famiglia partorì in segreto per evitare il prevedibile scandalo. Il 24 novembre 1862 Maria Sofia diede alla luce due gemelle che furono affidate una alla famiglia di Lawayss a Bruxellese l'altra alla Corte austriaca.
Sempre su consiglio della famiglia, Maria Sofia confessò a Francesco la sua relazione extraconiugale; il matrimonio non si ruppe, Francesco si sottopose a un'operazione per ridurre la fimosi e fu in grado di consumare sessualmente la relazione. Maria Sofia rimase incinta e diede alla luce un'altra bambina, chiamata Maria Cristina Pia, tenuta a battesimo dalla zia, l'imperatrice Sissi. Maria Cristina Pia visse solo tre mesi e morì il 28 marzo 1870. La coppia non ebbe altri figli.

Vita successiva[modifica | modifica wikitesto]


Santa Chiara a Napoli: botola che porta alla cripta ove si trovano le spoglie di Francesco II, di Maria Sofia e della loro figlia morta a 3 mesi
A seguito della presa di Roma da parte delle truppe italiane e la dissoluzione delloStato Pontificio (20 settembre 1870) la coppia si trasferì in Baviera. Francesco morì nel 1894; Maria Sofia si trasferì da Monaco a Parigi dove visse in una dimora acquistata dal marito nel quartiere di Saint-Mandé.
Parigi Maria Sofia presiedeva ancora un'informale corte borbonica in esilio: in effetti non cessò mai di sperare nella riconquista dei suoi possedimenti, ormai parte integrante del Regno d'Italia, e giunse fino al punto di stringere contatti con l'ambienteanarchico ostile ai Savoia: conobbe, per esempio, Errico Malatesta e si guadagnò l'appellativo di regina degli anarchici, anche se le sue mire differivano da quelle dell'ambiente con cui era venuta a contatto: ella sperava infatti di sfruttare l'ostilità verso i monarchi sabaudi per destabilizzare il regno d'Italia. Voci mai confermate narrano che Maria Sofia avesse avuto molta influenza anche sugli anarchici Giovanni Passannante e Gaetano Bresci, quest'ultimo uccisore del re d'Italia Umberto I nel 1900, ma le testimonianze storiche provarono che i due attentatori agirono invece individualmente.
In Francia Maria Sofia coltivò la sua grande passione per i cavalli, le cui gare seguiva in varie località d'Europa, come ad esempio a Londra, dove ella si appassionò inoltre alla caccia alla volpe.
Durante la Grande Guerra Maria Sofia parteggiò per gli imperi centrali e la loro entrata in conflitto contro l'Italia. Nonostante la sua avversione per i Savoia, Maria Sofia aveva l'abitudine di visitare i campi di militari italiani in prigionia in Germania, cui donava libri e cibo. I soldati italiani erano ignari dell'identità di Maria Sofia, che si presentava all'epoca come una donna anziana (aveva superato i settant'anni) e che parlava la loro lingua con un'inflessione mista tedesco-napoletana, la quale era interessata particolarmente alle notizie provenienti dal Mezzogiorno del Paese. Riferisce al proposito Arrigo Petacco che «…Fra quei soldati laceri ed affamati, lei cerca i suoi napoletani. Distribuisce, come a Gaeta, bons bons e sigari»[7].
Durante la sua vita, Maria Sofia indusse ammirazione anche tra i suoi accaniti nemici politici. Gabriele D'Annunzio la soprannominò infatti Aquiletta Bavara e Marcel Proust parlò di lei come della regina soldato sui bastioni di Gaeta.
Maria Sofia morì a Monaco di Baviera nel 1925. Da maggio 1984 le sue spoglie, insieme a quelle del marito Francesco e di sua figlia, riposano in una cripta della basilica di Santa Chiara a Napoli[8].